I blog non sono stampa clandestina: pericolo scampato?

La Suprema Corte di Cassazione, il 10 Maggio alle 19:30, ha emesso una sentenza che è stata definita da più parti “storica” e che, in effetti, poteva avere effetti devastanti sulla blogosfera italiana. Più precisamente, il Supremo Collegio ha “annullato senza rinvio perchè il fatto non sussiste” assolvendo così definitivamente Carlo Ruta dai reati di “diffamazione a mezzo stampa” e “stampa clandestina”; reati per i quali Ruta era stato condannato nei primi due gradi di giudizio. Viene così posta la parola fine ad una vicenda, a mio modo di vedere ridicola e vergognosa che si protraeva da ben otto anni e che aveva creato un “monstrum” giuridico. Val la pena, dunque, di ripercorrere questa storia nelle sue tappe fondamentali, per comprendere a fondo, se mai ce ne fosse bisogno, come in certe occasioni si legifera con troppa superficialità non preoccupandosi delle conseguenze che possono riguardare la collettività.

Carlo Ruta è uno storico, giornalista e blogger siciliano, che gestiva un blog chiamato “Accade in Sicilia“; si trattava di un sito d’informazione giornalistica, storica e civile, schierato apertamente e coraggiosamente contro la mafia. Avviene che, in un certo momento della nostra storia, un Magistrato sentitosi offeso da alcuni scritti presenti sul blog presenta una querela per diffamazione. Il sito viene oscurato il 7 Dicembre 2004 e così, di punto in bianco, duemila documenti divisi fra letteratura civile, documentazione storica, inchieste sulla mafia, testimonianze, cronache, reportages, sono come “svaniti” nel nulla. Poi il processo.

In primo grado il tribunale di Modica aveva ritenuto che il blog del saggista fosse  una vera e proprio testata giornalistica, e che, pertanto, da un lato dovesse considerarsi “prodotto editoriale” secondo quanto previsto dalla legge nl. 62/2001, dall’altro, proprio in quanto “stampa periodica, dovesse essere registrato presso il Tribunale competente”. Detta sentenza veniva chiaramente appellata, ma purtroppo anche durante il secondo grado del giudizio la Corte di Appello di Catania confermava tutto, con buona pace delle ragioni di chi sosteneva l’assurdità dell’intera vicenda ed i pericoli ad essa connessi.

E si arriva così ai giorni nostri, e precisamente a qualche giorno fa, giorno del pronunciamento della Sentenza di assoluzione per Carlo Ruta da parte della Corte di Cassazione, che scrive la parola fine a questa incresciosa vicenda. I blog dunque non possono essere considerati o equiparati alle testate giornalistiche e di conseguenza non sussistono obblighi di registrazione presso le cancellerie dei tribunali competenti per migliaia di blogger. Cosa che, di fatto, avrebbe scoraggiato praticamente chiunque dall’aprire un proprio spazio, con buona pace della libertà d’informazione e dei diritti correlati di tutti noi.

Nei giorni scorsi, peraltro, tantissimi amici blogger avevano voluto pubblicare il proprio pensiero al riguardo, come ad esempio il caro collega nonchè bravissimo scrittore Michele Barbera.

A questo proposito voglio condividere con voi un pezzo dell’articolo di oggi di Massimo Mantellini, davvero molto preciso e puntuale come sempre:

La condanna di Ruta, lo abbiamo scritto molto volte, è figlia di molti padri ma di una sola madre. Una cattiva legge scritta nel 2001 durante un governo di centrosinistra, pervicacemente sostenuta dai suoi relatori, l’on. Giuseppe Giulietti e l’on. Vannino Chiti a quei tempi parlamentari del PDS ed “esperti” di comunicazione di quello schieramento. Di fronte alla opposizione ferma di decine di migliaia di utenti della rete Internet italiana che, con una petizione indetta da questo giornale, tentarono di convincere il Parlamento a non approvare quella definizione di prodotto editoriale che avrebbe poi portato alla condanna di Ruta e che viene spesso invocata nelle aule dei tribunali anche recentemente (l’ultimo caso è quello di PNBox) la legge 62/2001 fu infine approvata da quasi tutto l’arco parlamentare con l’eccezione dei Radicali.

A oltre dieci anni di distanza da quella democratica inutile protesta Giulietti – colmo dell’ironia – cura un sito web che si chiama Articolo 21nel quale continua ad occuparsi dei problemi della società dell’informazione. Giulietti e Chiti, quali estensori di quella legge, sono anche i responsabile di uno dei più considerevoli sprechi di parole della Internet italiana visto che, in virtù della loro definizione di prodotto editoriale, per molti anni gran parte dei blog italiani si sono visti costretti ad aggiungere una sorta di disclaimer di questo tipo:

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale

Google in questo momento mi dice che questa frase nella sua interezza è ripetuta sul web italiano circa 2 milioni di volte. Due milioni di frasi ridicole ed inutili per colpa di una legge dello Stato mal scritta.

Va poi ricordato che la sentenza in Cassazione di assoluzione di Ruta non potrà valere per nessun altro. In altre parole, pur avendo un peso (già in passato la Cassazione aveva mostrato simili orientamenti) non mette al riparo da simili pirandelliane vicende gli altri abitanti della penisola con il vizio della manifestazione del proprio pensiero.

Forse sarà per questo che l’On Giulietti oggi, con solo un decennio di ritardo, ha rilasciato una dichiarazione nella quale annuncia prossimi, non meglio definiti “provvedimenti abrogativi specifici” che impediscano il ripetersi di simili confusioni fra il diritto alla libera espressione e le prerogative delle imprese editoriali.

55mila persone dissero chiaramente undici anni fa all’on. Giulietti e all’on. Chiti che quell’articolo di legge era pericoloso e andava riscritto. I nostri bravi parlamentari se ne fregarono altamente, lasciando anzi trasparire un evidente personale fastidio verso questa inattesa ingerenza nella loro (in)competenza sulle cose della rete. Non vi è alcun dubbio, oggi come allora, che quell’articolo di legge debba essere cambiato, così come risulterebbe piuttosto evidente che, in una democrazia rappresentativa matura, certi nostri rappresentanti dovrebbero abbandonare le aule del parlamento per ritornare a dare il loro fattivo contributo nella società civile dalla quale provenivano.

Inutile dire che a questo risultato si doveva e si poteva arrivare molto prima, sarebbe bastato solo un pò di buon senso. Ma del resto, chissà perchè non mi stupisco affatto; ultimamente buon senso ed Italia sono due concetti molto, molto distanti, ma si sa, la speranza è l’ultima a morire, anche in Italia.

Via | Fulog

Via | Punto Informatico

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